Il Prezzo del Dissenso

Oggi vi racconto una storia diversa. Una storia di cui in Germania si è scritto molto, ma in Italia molto poco.

Siamo a Berlino: il giornalista di origine turca, con doppia cittadinanza (turca e tedesca), Hüseyin Doğru vorrebbe semplicemente andare a fare la spesa, ma tutti i suoi conti sono stati bloccati e, quando arriva alla cassa, non può pagare.

Hüseyin racconta su X di non riuscire più a provvedere al cibo per la sua famiglia, inclusi due neonati, a causa delle sanzioni imposte dall’Unione Europea nel maggio 2025.

“L’EU ha, di fatto, sanzionato anche i miei bambini”, scrive. 


La domanda è inevitabile: cosa può aver fatto di così grave?

Doğru è il fondatore di una piattaforma online chiamata RED.

Secondo l’Unione Europea, RED non è un semplice media indipendente: 

avrebbe legami con la propaganda russa e avrebbe diffuso contenuti che creano divisione e dato visibilità a posizioni vicine a gruppi radicali come Hamas.

Le viene anche attribuito un ruolo in una protesta “violenta” all’università di Berlino.

Queste sanzioni fanno parte delle misure europee contro le cosiddette “minacce ibride”: un tipo di attacco che non usa armi, ma informazioni.

L’idea è che uno Stato possa indebolire un altro non con le armi, ma influenzando l’opinione pubblica, creando tensioni e sfiducia.

Ma, c’è un MA.

Non risulta nessun contratto, flusso finanziario o elenco personale pubblicato che dimostri connessioni alla Russia. Non c’è nessuno screenshot, nessun link che dimostrino la disinformazione diffusa citata  nel testo. 

Non c’è nessun elenco di post/video che nel documento dimostri una diffusione di narrazioni terroristiche e, per quanto riguarda il coordinamento della protesta nell’università di Berlino (che parrebbe l’accusa più tangibile), è possibile ricostruire cosa circolava, ma non in modo verificabile il livello di coinvolgimento diretto.

Il governo tedesco afferma poi che RED è stata usata ‘miratamente’ dalla Russia per manipolare l’informazione, sulla base di un procedimento nazionale di attribuzione.

Quando un giornalista però, chiede al portavoce del Ministero degli Esteri di spiegare con esempi tangibili le accuse, il governo tedesco esplicitamente dice di non poter entrare nei dettagli del procedimento.

In pratica, esiste una decisione ufficiale, ma non esiste una dimostrazione pubblica dettagliata delle accuse.

Questo apre una domanda più profonda: fino a che punto, in nome della sicurezza, è legittimo prendere misure così drastiche senza rendere pubblici gli elementi che le giustificano?

L’Unione Europea critica spesso altri Paesi per limitazioni alla libertà di stampa, parlando di “regimi autoritari”.

Ma quando prende decisioni come questa, la domanda è semplice: è davvero difesa, o è anche questa una forma di controllo?

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