Prima di dirti fascista, sai cosa stai dicendo?

Una cosa che ho notato da quando sono rientrata per un periodo più lungo in Italia, dopo aver vissuto all’estero per più di undici anni, è il continuo proliferare di giovani (e non solo) che si dichiarano apertamente “fascisti”.

Ci sono sempre stati i nostalgici un po’ ignoranti del Duce, intendiamoci. Ma la situazione è più grave di quanto pensassi: ragazzi e ragazze giovanissimi che si autodefiniscono “fascisti” come se fosse una squadra di calcetto, che condividono stati in cui inneggiano al fascismo come al “tempo in cui si stava bene”, al “tempo dell’ordine”, al “tempo in cui i treni arrivavano in orario”.

Mi arrabbiavo moltissimo, lo ammetto. Poi ho iniziato a fare una domanda semplice: “Che cos’è il fascismo?” Mi è capitato di chiederlo: non sanno rispondere.

Come sosteneva Socrate, chi conosce davvero il bene non sceglie il male: il male nasce dall’ignoranza.

Allora ho deciso di fare una cosa diversa dall’arrabbiarmi: guardarli con un po’ di compassione, perché forse non sanno davvero quello che stanno dicendo. E magari avrebbero bisogno di qualcuno che glielo spieghi in modo semplice. Magari con un articolo.

Partiamo da una cosa semplice: essere contro il fascismo non significa essere intolleranti. Significa difendere un sistema che permette a tutti di avere diritti. Perché la tolleranza, per definizione, non può includere chi vuole eliminare la tolleranza stessa. Se accadesse, la democrazia smetterebbe di esistere.

Quindi: che cos’è il fascismo?

Il fascismo non è una “normale opinione politica”, ma un’ideologia che, quando è stata al potere con Benito Mussolini, ha eliminato le libertà degli altri.

In che senso?

Durante il regime non si poteva criticare il governo, non si potevano fondare partiti, non c’era libertà di stampa, non c’erano elezioni libere. Nel 1938 furono introdotte le leggi razziali, che esclusero gli ebrei italiani da scuole, lavoro pubblico, esercito e università.

Per questo motivo, quando è nata la Repubblica, la Costituzione ha scritto chiaramente, nella XII Disposizione transitoria e finale, che è vietata la riorganizzazione del partito fascista.

I nostri padri costituenti non l’hanno scritto perché si sono svegliati male: è stata una scelta storica e concreta. Perché il fascismo, per sua natura, esclude tutto ciò che non si allinea a lui.

Quindi, quando vi dichiarate fascisti, cosa state facendo?

State inneggiando a una dittatura, non a un’opinione.

Una dittatura che vi picchierebbe e vi manderebbe al confino per una frase sbagliata.
Una dittatura che deciderebbe cosa potete leggere e cosa no, perché i giornali non sarebbero liberi di scrivere la verità, ma solo ciò che il regime consente. Una dittatura che proclamerebbe l’Italia una grande potenza mentre manderebbe i soldati al fronte con le scarpe rotte. Una dittatura in cui sindaci e cariche pubbliche sarebbero decisi dall’alto, dal capo del governo.

Lo stesso capo che nel 1938 emanò le leggi razziali, escludendo cittadini italiani dalla vita pubblica solo per la loro origine.

Se ti dichiari fascista, stai dicendo che vorresti vivere in uno Stato che decide al posto tuo.

Stai dicendo che accetteresti di non poter criticare il governo senza rischiare il carcere o il confino; che saresti d’accordo a iscriverti obbligatoriamente a un partito per poter lavorare nel pubblico; che ti andrebbe bene che tuo figlio o tua figlia venga educato fin da piccolo in organizzazioni paramilitari, con marce, divise e saluti obbligatori.

Stai dicendo che accetteresti che lo Stato ti dica quanti figli fare e quando sposarti (nel 1927, per esempio, fu introdotta una tassa per gli uomini non sposati). Stai dicendo che accetteresti di leggere baggianate dalla mattina alla sera, perché i giornali non potrebbero scrivere la verità. Stai dicendo che, se appartenessi alla categoria “sbagliata”, vorresti essere escluso da scuola, lavoro ed esercito, come accadde agli ebrei italiani.

Questo significa dichiararsi fascista. Non significa amare l’ordine.

E quando dite che “quando c’era Mussolini i treni arrivavano in orario”, potete pensare che bastava farlo capostazione, non capo del governo (come ironizzava Massimo Troisi).

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