C’è un rumore assordante nei bar del mio paese, e non viene né dalla televisione né dalle stoviglie che sbattono tra loro mentre vengono sciacquate. Non viene neppure dai discorsi dei clienti, che sono sempre meno numerosi.
Viene dal silenzio di chi sta dietro il separé, ipnotizzato per ore davanti a uno schermo bombato, in cui figure colorate scorrono senza sosta.
Non è una scena eccezionale. In Sardegna le persone affette da ludopatia sono circa 45mila, e l’isola rientra tra le regioni italiane in cui si gioca di più d’azzardob 1.
Li avevo sempre visti, ma non ci avevo mai fatto caso.
Tornata sull’isola da adulta, li ho guardati con occhi diversi e non ho potuto fare a meno di fare il mio lavoro: chiedermi il perché.
Perché qui? Perché così tanti? Cos’è quella cosa che rende questo posto così fertile per il gioco d’azzardo?
Ho trent’anni e sono cresciuta in un piccolo paese di provincia, con il sottofondo costante dei racconti dei miei genitori e dei miei zii, che descrivevano la loro giovinezza come un’epoca incomparabile: gli anni ‘70, ’80 e ’90, quelli sì che erano tempi.
Il paese straripava di giovani, c’erano soldi e sogni, c’era allegria, c’era una fiducia nel futuro che oggi sembra quasi indecente nominare.
Noi non avremmo mai potuto essere a quel livello. Io stessa, cresciuta ascoltando quei racconti, mi sono sentita a lungo più addormentata, più annoiata, meno all’altezza di quell’energia giovanile che i miei genitori avevano avuto e io non avrei mai potuto avere.
Si pensava che tutto sarebbe rimasto così, perfetto, stabile, senza intuire che quella era un’eccezione. Una meravigliosa eccezione nella storia.
Anche perché nulla, prima di allora, era mai stato così, e i genitori dei nostri genitori venivano da tutt’altro mondo. Un mondo veramente duro, in cui si combatteva letteralmente per un pezzo di pane, un mondo in cui esisteva ancora il baratto, ti-do-un-pezzo-di-formaggio-e-tu-mi-dai-un-pò-di-farina.
I miei nonni non credevano nel divertimento e nell’euforia dei loro figli ma, allo stesso tempo, volevano risparmiargli la vita di sacrifici che avevano conosciuto. Nel tentativo di proteggerli da quella durezza, però, non sono riusciti a trasmettere loro la forza di carattere e la struttura interiore che da quella durezza erano nate.
In quegli anni non tutte le vite contavano allo stesso modo: alcuni figli restavano e facevano una vita “normale”, altri venivano mandati a studiare fuori, perché c’erano i soldi, perché si poteva fare e perché, attraverso i figli, le famiglie cercavano un riscatto da una vita fatta di lavoro e miseria. Quei figli diventavano dei simboli e su di loro si caricavano pesi enormi: la speranza di farcela, ma anche il bisogno silenzioso di distinguersi, di salire un gradino sopra gli altri. In quegli anni sembrava possibile, forse per l’unica volta.
La storia, però, non si è fermata. Quella stagione si è esaurita lentamente e ciò che è venuto dopo non è arrivato per tutti allo stesso modo. Il lavoro non garantiva più, i paesi hanno iniziato a svuotarsi, le giornate a somigliarsi tutte.
Alcuni sono rimasti incazzati e confusi. Altri hanno cercato nel gioco e nell’alcol quello che sarebbe dovuto arrivare dal futuro: il brivido, l’attesa, la sensazione che qualcosa stesse per succedere. Quando il futuro si è fermato, quell’adrenalina è stata cercata da molti nelle slot machine.
Mentre sorseggio il mio caffè al bar, guardo gli occhi spenti di chi, davanti a quello schermo, si gioca la vita giorno dopo giorno. Intanto, fuori, la vita continua senza di loro e il rumore delle slot copre tutto il resto.
1 commento
Brava Carla !
Mi fa male sapere che tante persone
Soprattutto giovani si rovinino con il
gioco……
Sereno Anno