Tenere a bada l’indomabile: il senso profondo del Carnevale sardo

C’è una cosa che le società agro-pastorali erano costrette a fare continuamente: dominare o, meglio, scendere a compromessi con la natura.
Senza la pioggia non c’è raccolto, senza raccolto le bestie non mangiano; se non mangiano, le bestie muoiono o si ammalano. Se si ammalano le bestie, non mangia l’uomo.

È esattamente questa la tensione che il carnevale sardo mette in mostra attraverso le sue maschere grottesche, scure e terrificanti: la battaglia fisica, reale e costante tra l’uomo che tenta di convivere con la natura o, almeno, di domarla.

La tensione tra uomo/cultura e animale/natura è particolarmente evidente nelle maschere di Fonni: sos Urthos e sos Buttudos.

Sos Urthos sono coperti da un’intera pelle di caprone, portano al collo un campanaccio e hanno la faccia tinta di nero. Sono impazziti: si arrampicano ovunque, sbattono la testa, si buttano a terra. Legati con una catena di ferro, vengono tenuti a bada da-e sos Buttudos: anche questi hanno il volto coperto di nero, ma sono vestiti con il tipico gabbano d’orbace, il cappuccio calato sulla fronte e calzano scarponi e gambali, tipici dei pastori. Il loro compito è quello di tentare di domare sos Urthos, bestie imponenti che incarnano l’indomabilità della natura.

L’antropologa Dolores Turchi inquadra i carnevali tradizionali sardi in un orizzonte dionisiaco, legato a una rappresentazione molto cupa di morte e rinascita simboliche. Dentro questo quadro, Urthos e Buttudos mettono in scena qualcosa che nel mondo agro-pastorale era molto concreta: la forza indomabile della natura, necessaria e pericolosa, che l’uomo può solo contenere, mai eliminare. La forza animale incarnata da sos Urthos non è un nemico da estirpare, ma una potenza da contenere, perché da essa dipende la sopravvivenza stessa delle persone.

È la stessa forza che nel mondo antico veniva pensata in forme diverse. Quando veniva osservata nel momento della fine, del ritorno alla terra e del sottosuolo, prendeva il nome di Ade, o Plutone. Quando invece si manifestava come eccesso vitale, perdita di controllo ed energia che rompe l’ordine, veniva chiamata Dioniso.

Ade è il dio che accoglie ciò che resta quando qualcosa finisce. Dioniso è il dio dell’istinto che supera il limite. Non sono divinità opposte, ma due modi di nominare la stessa forza all’interno di un unico ciclo: ciò che esplode, si consuma, rientra nella terra e da lì torna vita.

Sos Urthos incarnano proprio questa ambivalenza perchè sono eccessivi, fanno paura, ma allo stesso tempo attraggono, perché imprevedibili.

Il Carnevale sardo serve a esporre ciò che la società tiene sotto controllo per tutto il resto dell’anno.

Questo non parla solo del passato, ma di ciò che ognuno di noi è costretto a tenere a bada. Le forze che vengono esibite e trattenute non spariscono con la fine della festa: restano, controllate a fatica, dentro la vita di tutti i giorni.

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