La caccia in Sardegna: un mondo per tutti e per nessuno

L’aria puzza di cani bagnati, e la nebbia li rende ancora più umidi, quindi sempre più puzzolenti. Il fetore aumenta quando alcuni cani, nel cassone dell’auto, fanno i loro bisogni, forse perché hanno freddo. Un cacciatore mi dice in sardo: “In dies’ proanas istan gai” –  “Nei giorni di pioggia fanno sempre così.”

I cani sono agitati, così tanto da non riuscire a stare fermi. Sembrano impazziti, corrono avanti e indietro nei piccoli rimorchi con cui vengono trasportati alla caccia, perché sentono che oggi saranno messi alla prova.

Tigre, Lola, Conte, Diana, Luna: ogni cane ha un nome, e se ne parla come si parlerebbe di parenti stretti di cui si è fieri. I cacciatori dicono per esempio “È coraggioso, sveglio, forte”, proprio come se fossero delle persone: perché i cani sono i partecipanti più importanti della caccia e senza di loro non si può cacciare. Ho l’impressione che il padrone di un buon cane da caccia possa sentirsi quasi mezzo gradino sopra gli altri, come se fosse un suo merito personale dare un contributo importante alla compagnia di caccia.

Se però un cane non fa il suo lavoro, allora è inutile. “Non serviti” dice Mario, un cacciatore sulla cinquantina. E se un cane non vale niente, è considerato una sfortuna, una malasorte, e diventa oggetto di battute. Un cane da caccia inutile viene etichettato pubblicamente in modi ridicoli: cane pasteri, cane ’e zottola, cane ’e ballizzu: cane mangia-pasta, cane da ciotola, cane da veranda. In pratica, un cane buono solo per mangiare e cacare.

Proprio come Pippo, l’unico che rimane indietro quando lasciamo andare gli altri cani a cercare la selvaggina. È piccolo, tiene la coda tra le gambe, ed è troppo timido per affrontare un cinghiale feroce e spietato. Mentre gli altri venti cani si lasciano guidare dal fiuto ed entrano impazienti nel bosco, Pippo resta sulla strada con me.

Io lo guardo con gli occhi di una persona di città, gli parlo, lo accarezzo e provo compassione. Ma qui questo sguardo è completamente fuori luogo, perché viene da un mondo che non ha nulla a che vedere con quello della caccia.

Durante la prima battuta faccio parte de sos canaglios, i battitori. Si chiamano così perché guidano i cani dentro il bosco e spingono i cinghiali verso sas postas, le postazioni dei tiratori. Come canaglios dobbiamo urlare, fare ogni tipo di rumore per stanare il cinghiale: i  più organizzati portano fischietti e trombette. Io non li ho, quindi devo urlare per tutto il tempo e alla fine della battuta non ho più voce.

Marco, su capu canaglios, cioè quello che coordina i battitori, mi dice: “Ascolta, tu devi coprire da qui a qui e fare rumore. E fai attenzione che i cani non tornino indietro dall’altra parte.”

I cani devono trovare i cinghiali e spingerli verso l’alto, dove ci sono i cacciatori armati.

“Quando senti i cani ‘ganninde’, allora urla più forte che puoi.”

‘Gannire’ è uno di quei termini che appartengono alla lingua sarda ma vengono usati solo nel contesto della caccia. Gannire è un verso particolare che i cani emettono solo quando hanno trovato la selvaggina: un abbaiare soffocato e impaziente.

Faccio quello che Marco mi ha detto, e Pippo si spaventa per le mie urla. Ogni tanto mi chino verso di lui e lo accarezzo.

Dopo un po’ sento i cani ganninde, quindi urlo ancora di più. Poi però smettono. Poco dopo ricominciano.

“Merda di volpi!” dice un cacciatore quando ci ritroviamo, dopo averne sparata una.
“Le volpi prendono in giro i cani. Girano in tondo mentre la volpe ride” mi spiega Marco. “Si riconosce che non è un cinghiale perché i cani emettono un gannire diverso, interrotto. Quando hanno a che fare con il cinghiale, gannini senza pause.”
“Per questo le volpi bisogna spararle, perché ci prendono in giro e rovinano la caccia” dice Juanne ridendo, mentre scarica il fucile.

Mentre torniamo alle auto, i cacciatori deridono Pippo: “Bravo Pippo, hai fatto proprio un bel lavoro”, “Guarda, ha ancora rossetto e pettinatura.”
Rido con loro, poi accarezzo Pippo e lui scodinzola perché non ha più paura: la prima caccia è finita.

Mi accorgo che uno dei cani ha del sangue vicino alla gola, il padrone  lo controlla e trova una piccola ferita quasi invisibile. Mi spiegano che sicuramente ha combattuto con il cinghiale e che è stato colpito dalle zanne: “est puntu” – è stato ‘punto’ (con le zanne) dal cinghiale.

Io provo pietà per il cane, gli altri no. Da quando sono arrivata, i cacciatori mi guardano con una cauta premura. “Stai attenta”, mi dicono. Non sanno bene come comportarsi con me: mi muovo in uno spazio che tradizionalmente appartiene a loro.

Sono cresciuta nello stesso paese di questi uomini, eppure questo mondo per me è sempre rimasto chiuso. In Sardegna la caccia non è solo un passatempo: fa parte di un antico sistema sociale che si affida più alla comunità e alle regole interne che allo Stato. E anche se in molte parti dell’isola oggi vanno a caccia anche le donne, nel mio paese resta una tradizione esclusivamente maschile: uno spazio sociale chiuso, dove sopravvivono vecchie forme di solidarietà, gerarchia e identità maschile.

I cani intanto sono asciutti e non puzzano più. Vengono caricati di nuovo nei cassoni e ci spostiamo in un’altra zona del bosco, una zona che si chiama Chilisi, ed è un po’ lontana. Dal finestrino guardo la macchia mediterranea, il bosco basso che ricopre le colline, e il sole che nel frattempo è tornato.

A Chilisi il paesaggio è molto suggestivo, e questa volta vado con i tiratori. Camminiamo nel letto asciutto di un fiume, c’è caldo e mi tolgo la giacca.

A differenza dei battitori, dobbiamo stare in silenzio e aspettare gli animali. Ma succede di nuovo la stessa cosa: i cani ganninde, ma non esce nessun cinghiale. Penso a Pippo dall’altra parte dei battitori, e al fatto che è sicuramente di nuovo impaurito.

Ci spostiamo ancora in un altra zona, questa volta più vicina al paese. Il luogo si chiama su e Ovaleddu, e mentre i cacciatori decidono dove piazzarsi, Marco dice a un tiratore, dopo che ha indicato la sua posizione: Mi chi ti vriccat’ Sirvone –  “Così il cinghiale ti prenderà in giro.”

I cacciatori chiamano il cinghiale senza articolo, come se parlassero di una persona. Quando più tardi parlo con Tore, un cacciatore che caccia da decenni, e gli chiedo perché ne parlino così, mi risponde: “È furbo. Bisogna stare attenti che non ci inganni e scappi.”

Per i cacciatori il cinghiale e la volpe sono più che semplici animali. Entrambi sono considerati avversari astuti, capaci di confondere i cani, prendere in giro gli uomini e sfuggire a ogni controllo. Come il cinghiale, anche la volpe ha tanti nomignoli e di entrambi si parla come di persone, con intenzioni e carattere, due figure indomabili che sfidano continuamente gli uomini.

I cacciatori mi spiegano che il numero elevato di cinghiali danneggia i campi e i pascoli e che la caccia serve a mantenere l’equilibrio. Qualcuno deve pur occuparsene. Suona anche un po’ come una giustificazione.

Siamo di nuovo in aperta campagna e io sono con un tiratore. Raggiungere il posto è stato difficile, perché abbiamo dovuto attraversare la macchia selvaggia, senza un vero sentiero. Ho molti graffi sulle mani.

Da lontano si sentono le urla dei battitori. L’eco mi elettrizza, insieme ai campanacci che i cani portano al collo. Cercano, cercano, cercano e, mentre aspettiamo, sento una scarica di adrenalina.

Ora si sentono i cani ganninde e il fuciliere mi fa segno di stare ancora più ferma e zitta. I cani si avvicinano, sono fuori di sé, e il loro abbaiare soffocato e impaziente non si è mai fermato.

Sento un respiro sordo, più pesante di quello dei cani; un rumore strano, che si muove nella macchia. Capisco subito che non sono i cani. È più pesante, più cauto, come se qualcuno non volesse farsi scoprire.

È lui. Sirvone. Il cinghiale, il furbo.

Si ferma, ma è dietro i cespugli, non lo vediamo. Il tiratore alza il fucile, io sto dietro con la gola secca e trattengo il respiro. Uno-due-tre-quattro-cinque-sei-sette secondi. Restiamo tutti immobili, anche il cinghiale dietro i cespugli è immobile.

Uno sparo. SBAMMMMM.

“L’hai colpito?” chiedo al tiratore.

Non risponde.

All’improvviso il cinghiale esce dal cespuglio. È stato colpito. Le zampe si muovono ancora, è l’ultima volta che si muove. Mi fa molta pena, il sangue scorre, e lentamente l’animale smette di muoversi. 

Il furbo è morto.

La strada è in discesa e il cinghiale scivola verso il basso. “Aiutami” dice il fuciliere. “Se scivola in basso, poi è difficile tirarlo su.”

Lo tiriamo su in due. È piuttosto pesante, peserà circa cinquanta chili, e rischiamo di scivolare anche noi se non stiamo attenti.

Ora è lì, ai miei piedi, coperto di sangue. Un occhio è fuori dall’orbita, tenuto solo da filamenti di carne insanguinata. Fuoriesce sperma, e il cacciatore preme con la mano per far uscire il resto. “Altrimenti la carne puzza e non si può più mangiare”, mi dice.

Mentre la mia pietà lentamente svanisce e mi abituo alla vista della morte, portiamo l’animale sulla strada, dove viene caricato sul rimorchio insieme ai cani. I cani lo strattonano e lo mordono come se fosse ancora vivo, come se stessero ancora combattendo con lui.

Mi spiegano che il cinghiale viene caricato insieme ai cani perché devono abituarsi all’odore. “Così la prossima volta lavorano sempre meglio” dice Mario.

Tutti si congratulano con il tiratore che ha sparato il cinghiale.

Alla sede di caccia il pelo del cinghiale viene bruciato con il cannello. Intanto noto un vecchio calendario venatorio ufficiale, impolverato e buttato in un angolo. Indica in quali periodi è consentito cacciare quali animali: dubito che qualcuno lo abbia mai letto davvero.

Poi l’animale viene scuoiato e eviscerato. Infine la carne viene divisa in parti esattamente uguali, come vuole la logica comunitaria sarda e la sua idea di giustizia. Anche io ricevo la mia parte: per oggi faccio parte anch’io della compagnia di caccia.

L’odore di sangue e selvaggina non mi disturba ed è come se avessi fatto un salto nel passato: la carne cruda e le viscere ancora bollenti vengono toccate a mani nude, come si faceva una volta.

Ho la sensazione di aver avuto un vero contatto con la realtà. È facile percepirla come qualcosa di estraneo o disturbante quando non la si conosce, quando si è perso il legame diretto con l’origine della carne. Ma qui non succede nulla di diverso da quello che accade ovunque: solo che altrove resta invisibile.

2 commenti

Complimenti Carla, il tuo articolo piu’ che i tedeschi, popolo colto e pragmatico, dovrebbero leggerlo gli italiani, che pensano di essere ecologisti abolendo la caccia anziche’ proteggerla e investire di piu’ per regolamentarla meglio e garantire l’equilibrio con la natura, perche’ ci siano sempre predatori e prede in armonia. Non voglio dare consigli o suggerimenti, dall’ esterno di una comunita’ in cui si vive, forse si vogli meglio l’ essebza di quella cultura. Buon lavoro e continua a scrivere. E ricordati di menzionare” su inu est bonu a biere e achete ridere in cumpanzia

Complimenti per l articolo! E’stato un piacere leggerlo e apprezzare la tua scrittura.hai fatto un ottimo lavoro nel condividere la tua esperienza .bravissima

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