Abbiamo ancora bisogno dei simboli

Si avvicina il 16 Gennaio e, in questo periodo, ci sono sempre delle sensazioni strane che richiamano il passato. Tra queste lo strano rapporto di noi sardi con il fuoco.

A Lodè e in molti altri paesi della Sardegna, il 16 gennaio si accende un grandissimo fuoco. È una festa antica, che mescola elementi pagani a storie inventate dalla Chiesa, e segna simbolicamente il passaggio dall’inverno più duro a un tempo nuovo.

Attorno al fuoco si radunano tutti e si guarda bruciare il legno, attorno a un palo alto quasi venti metri, sul quale gli uomini si arrampicano per vincere. Poi si mangia, e si aspetta, senza saperlo, che qualcosa finisca per poter ricominciare.

Elemento pagano per eccellenza, il fuoco fa una cosa simbolicamente molto forte: quando tocca una cosa, quella cosa non torna più come prima. E’ un elemento di passaggio perché ci sono un prima e un dopo ben definiti, ed è un elemento distruttore, e questo è importante, perché alla distruzione, di solito, segue la rinascita: come quando passiamo un periodo particolarmente buio e poi ci sentiamo letteralmente rinascere, o come quando finisce una guerra, momento in cui le prime speranze cominciano a rifarsi vive.

Sul tronco dell’albero, mentre il fuoco brucia, si vede appesa una corona di arance. Siamo in inverno, Gennaio è freddo, i campi sono fermi e fa buio molto presto e le arance spuntano vivaci, solari, profumate. Alcuni anziani raccontano che, molto tempo fa i pastori del paese, aspettavano che il fuoco finisse il suo lavoro per poter prendere le arance appese sul palo alla fine della festa, perché credevano molto nei simboli senza saperlo, e facevano una cosa un pò curiosa: portavano le stesse arance nel loro terreno dove pascolava il loro gregge, e le nascondevano all’uscita del recinto, S’aitu: non dentro, non fuori, ma proprio lì, il luogo di passaggio, dove gli animali entravano e uscivano.

Gli animali lo saltavano ogni giorno, e anche loro, senza saperlo, stavano contribuendo a rafforzare la convinzione che spostare il sacro dal centro del paese, dove la festa si era svolta,  alla campagna, potesse in qualche modo essere di buon auspicio. Perchè l’animale saltando il recinto, sottolinea che la prosperità nasce nel passaggio, che il rischio è sempre sul confine, che la benedizione serve quando esci, non quando sei al sicuro.

Se questi riti erano veramente di buon auspicio, non possiamo saperlo.

Certo è che i nostri antenati, coltivavano sia i campi ma anche la loro speranza inconscia e la loro credenza nel mistero. Sembra una contraddizione, ma questo molto spesso ci da una forza che in un mondo estremamente razionale come il nostro, non può esistere. Come quando qualcuno ha una fortissima fede in Dio: non è importante che Dio esista, ma è importante che, attraverso la fede, si acquisisce forza d’animo e in fondo, è come credere in sè stessi.  È come credere nel futuro.

In un momento storico come il nostro, in cui il domani sembra sgretolarsi davanti ai nostri occhi, vale forse la pena chiedersi cosa succede a una società quando smette di credere nel futuro.

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